Come convivere con un malato di Alzheimer…

 

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I problemi di memoria possono essere una normale conseguenza dell’invecchiamento, invecchiando tutto l’organismo cambia e il cervello non è da meno. Alcune persone, quindi, notano che impiegano più tempo per imparare qualcosa di nuovo, non ricordano le informazioni così bene come in passato o tendono a perdere le cose, ad esempio gli occhiali. Si tratta, di solito, di problemi di memoria lievi.

Alcuni anziani, inoltre, lamentano di non avere risultati paragonabili a quelli dei giovani nei compiti di memoria più complessi o nei test di apprendimento. In realtà, con l’andare degli anni, gli adulti sani di norma migliorano in alcuni ambiti di capacità mentali, ad esempio nelle capacità linguistiche e nell’uso del lessico.

I problemi emotivi come lo stress, l’ansia o la depressione, possono rendere il paziente più distratto e possono essere scambiati per demenza; ad esempio chi di recente è andato in pensione o sta affrontando la perdita del partner, di un parente o di un amico può sentirsi triste, solo, preoccupato o annoiato. Cercare di affrontare questi cambiamenti della propria esistenza può provocare confusione o disturbi della memoria.

Tutti questi disturbi sono fisiologici e lievi, invece in una buona percentuale di pazienti risultano esser il preludio a qualcosa di ben più grave, un processo degenerativo, involutivo inarrestabile.

Il morbo di Alzheimer è una delle malattie più diffuse tra gli anziani; è una forma di demenza degenerativa invalidante, che può avere esordio e decorso differente in diversi individui. Il quadro clinico prevede difficoltà nel linguaggio, progressiva perdita della memoria, sbalzi d’umore con irritabilità e stato confusionale spesso associato a perdita di orientamento spazio-temporale. Non è certamente semplice curare o semplicemente gestire questo tipo di stato morboso che tende a peggiorare nel tempo; ancor più difficile è il ruolo di chi vive con soggetti che soffrono di questo disturbo.

Tra il 50 e il 70% delle persone affette da demenza soffrono di malattia di Alzheimer il processo degenerativo che distrugge lentamente e progressivamente le cellule del cervello. Prende il nome da Alois Alzheimer, neurologo tedesco che nel 1907 descrisse per primo i sintomi e gli aspetti neuropatologici della malattia di Alzheimer, come le placche e i viluppi neuro-fibrillari nel cervello. E’ una malattia che colpisce la memoria e le funzioni mentali (ad es. il pensare, il parlare, ecc.), ma può causare altri problemi come confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.

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All’inizio i sintomi possono essere così lievi da passare inosservati, sia all’interessato che ai familiari e agli amici. Ma, col progredire della malattia, i sintomi diventano sempre più evidenti, e cominciano a interferire con le attività quotidiane e con le relazioni sociali. Le difficoltà pratiche nelle più comuni attività quotidiane, come quella di vestirsi, lavarsi o andare alla toilette, diventano a poco a poco così gravi da determinare, col tempo, la completa dipendenza dagli altri. La malattia di Alzheimer non è né infettiva né contagiosa. Può essere considerata a tutti gli effetti una malattia terminale, che causa un deterioramento generale delle condizioni di salute. La causa più comune di morte è la polmonite, perché il progredire della malattia porta ad un deterioramento del sistema immunitario e a perdita di peso, accrescendo il pericolo di infezioni della gola e dei polmoni.

La malattia, causata da una distruzione di neuroni intorno ai quali si strutturano delle placche proteiche che impediscono la trasmissione dei neurotrasmettitori, determina un’atrofia muscolare. Tale conseguenza produce un serio deperimento di tutte le funzioni cognitive a partire da quelle mnestiche: le prestazioni legate all’impiego della memoria iniziano a manifestare cali, inizialmente sporadici, ma dopo sempre più frequenti, soprattutto nei casi in cui la malattia incalzi rapidamente. Le amnesie possono riguardare episodi vicini nel tempo e quindi la memoria breve termine per esempio ricordare cosa si è mangiato a cena il giorno prima o più lontani e pertanto la memoria a lungo termine come un ricordo della propria infanzia. Per chi vive con un malato di Alzheimer può risultare certo faticoso ripetere più e più volte informazioni che riguardano la vita del paziente, dalle cose più banali alle questioni più complesse, ma certamente ciò è utile per lui per consentirgli di non perdere totalmente il contatto con la realtà. Essere sempre rassicuranti, non sentirsi paranoicamente bersaglio di sfruttamento, evitare di sottolineare le mancanze mnemoniche, possono essere tutti atteggiamenti costruttivi per convivere nel migliore dei modi con un soggetto con questo tipo di disturbo. Da non trascurare sono le emozioni che il soggetto può vivere: esse vanno fatte esprimere, accolte e rispecchiate, restituite cioè con calorosa benevolenza; non stancarsi neppure di ricordare e ripetere le coordinate spazio-temporali, laddove necessario, dove si è, chi si è, perché si è lì, da quando. Frequenti sono infatti i comportamenti di “vagabondaggio”, attuati che non di rado confluiscono in tristi storie di scomparse.

Anche creare un contesto di vita accogliente, con routine da cui non facilmente ci si discosti può rappresentare un utile suggerimento.

Circa il linguaggio verbale, altra area problematica in chi manifesta tale morbo, il “convivente” può motivare il malato a comunicare, incoraggiarlo se lui, notando carenze emergenti, può sentirsi demoralizzato a farlo. Anche adottare uno stile linguistico più sobrio e concreto, senza il ricorso a espressioni linguistiche ricercate o metaforiche, ma con un eloquio diretto e chiaro. Altri aspetti davvero utili che il “convivente” del malato può tenere sotto controllo, sono quelli relativi alla sua gestione globale e alla cura in senso lato: igiene quotidiana, abbigliamento, alimentazione, relazioni con terzi, attività ricreative anche semplici come giocare a carte, legger un giornale, consultare un computer o navigare in internet. Mantenere attive queste aree di vita è opportuno sia per il malato stesso, sia per chi gli vive accanto, poiché garantisce una migliore qualità di vita che ha delle implicazioni positive su tutto il sistema.©

 

 

 

 

Dott. Giulio Lattanzi

                                                                                                   farmacista,nutrizionista

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